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Noi conosciamo la figura di S. Giovanni Bosco, ma non tutti sono a conoscenza delle sue azioni quotidiane. Nel suo oratorio, era solito portare i ragazzi più disagiati come i ragzzi di strada, gli scarcerati e tutti coloro che non erano apprezzati dalla società... Naturalmente non rifiutava i ragazzi e ragazze "per bene" perché era una figura di accoglienza verso tutti. Oggi parleremo di alcuni episodi particolari e caratteristici: vorremmo ricordare che Don Bosco oltre ad aver inventato il contratto lavorativo, ha firmato il primo. Inoltre migliorò anche le condizioni lavorative dei giovani introducendo le ferie e, in particolar modo, le festività cristiane divennero giornate di riposo. Il datore di lavoro doveva essere ''padre'', non ''padrone" e doveva concedere un salario minimo. Il tirocinio doveva svolgersi in vari giorni e il ragazzo doveva esser pagato in base alle ore (massimo 8 al giorno) e al rendimento. E' anche grazie a lui quindi che oggi i nostri genitori e i nostri nonni hanno giovato di maggiori diritti e maggiori tutele. 

Giovanni Larocca, Giulia Lovallo, Antonio Lavanga e Mario Parmentola

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Il carnevale è una festività legata sia alla tradizione salesiana che a quella lucana. Per quanto riguarda l'oratorio, la tipica allegria del carnevale è di casa: lo si può evincere dalla frase che Don Bosco rivolge a tutti noi “La santità consiste nello stare sempre allegri”. Questo pensiero è ancora più significativo e necessario nell’anno dedicato alla santità giovanile, sotto lo slogan “Puoi esser santo #lìdovesei”. Restando in tema di allegria, protagonista sarebbe probabilmente ''ALLEGRA'', la maschera creata nel 2017, con lo scopo di essere verosimile sia al maschile che al femminile, simpatica e positivamente irrequieta, sollecita nel coinvolgimento degli altri, stimolante al bene e al meglio, avversaria dell’indifferenza e nemica della cattiveria e del bullismo. Tutto il variegato carnevale della tradizione tipico della nostra regione, molto diverso da paese a paese, è legato dal denominatore comune dell’allegria. Ogni paese della Basilicata ha il suo carnevale antico ed unico, ma i più noti sono:

- I Cucibocca di Montescaglioso;

- I Campanacci di San Mauro Forte;

- L’mash-k-r di Tricarico;

- Il Domino di Lavello;

- Le Maschere Cornute di Aliano;

- Il Rumita di Satriano;

- L’Orso di Teana.

Tra queste, quelle che ci hanno maggiormente colpito sono state: I Campanacci di San Mauro Forte e l’mash-k-r di Tricarico.

I CAMPANACCI DI SAN MAURO FORTE

Anche quest’anno, si festeggia il carnevale con una sfilata di suonatori di campanacci che percorrono le vie del paese. I campanacci più lunghi sono detti di sesso maschile, mentre quelli più larghi di sesso femminile. La festa di antiche origini, legata al culto di Sant’Antonio Abate, ha significato scaramantico e propiziatorio di sollievo dai malanni e di abbondanza dei raccolti. La chiusura del carnevale si celebra con il funerale e il lamento funebre del fantoccio bruciato in piazza.

L'MASH-K-R DI TRICARICO

Le Maschere di Tricarico, “l’Mash-kr” in dialetto locale, personificano il “toro” e la “mucca”. Un cappello a falda larga coperto da un foulard e da un velo, entrambi bianchi, decorato con lunghi nastri multicolori che scendono lungo le caviglie, per la “mucca”. Un copricapo nero addobbato con lunghi nastri rossi per il “toro”. Alle prime luci dell’alba un suono cupo e assordante sveglia la popolazione dalla notte: sono i campanacci agitati da figuranti travestiti che annunciano l’inizio delle celebrazioni del carnevale. Le maschere governate da un “massaro” o da un “vaccaro” raggiungono la chiesa di Sant’Antonio Abate e da qui il viaggio prosegue per il centro storico e le strade del paese, in un corteo che rievoca la migrazione stagionale di mandrie di animali.

In conclusione, cari lettori, il carnevale è una ricorrenza che porta allegria ed è bello festeggiare, poichè unisce la tradizione cristiana con quella lucana. Noi ragazzi dell'oratorio Salesiano di Potenza, festeggeremo in una sfilata in maschera domenica 23 febbraio, alla quale siete tutti invitati.

''La gioia è assai contagiosa. Cercate, perciò, di essere sempre traboccanti di gioia dovunque andiate.'' (Madre Teresa di Calcutta)

 

Mario Parmentola e Giovanni Larocca

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Ieri, 31 gennaio, in occasione della Solennità di San Giovanni Bosco, ha presieduto la celebrazione l’arcivescovo Mons. Salvatore Ligorio. Lo abbiamo incontrato per una breve intervista, che qui riportiamo.

E’ la festa di don Bosco: cosa pensa della sua figura e della sua azione pastorale?
Lui è un Santo, e per essere un Santo è segno che è entrato nella volontà di Dio, quella che genera uomini nuovi. San Giovanni Bosco ha sempre creato generazioni nuove, facendo della costanza il suo punto di forza. Il vostro giornalino si chiama “La Goccia”, e c’è un’espressione latina che esprime benissimo questo concetto: “Gutta cavat lapidem”. La goccia ripetuta continuamente riesce a scavare la roccia più dura: don Bosco ha creduto sempre in questo, ed è arrivato sempre per primo con il bene ai suoi ragazzi.

Il tema di quest’anno per i Salesiani è “Puoi essere santo #lìdovesei”: come può un ragazzo oggi essere santo lì dove è?
Mi ha impressionato sempre quell’episodio in cui don Bosco, passando per il cortile, chiede a Domenico Savio: “Caro Domenico, se in questo momento dovessi morire cosa accadrebbe?”. E Domenico: “Continuerei a giocare”. Che significa questo? Quando si è in grazia di Dio, non si ha da temere nulla. Ovunque uno stia, quando mangia, quando gioca, quando studia, nella gioia e nella sofferenza, in qualsiasi luogo e con qualsiasi persona, se sta nella grazia di Dio, è santo lì dove è. Vi auguro di essere ragazzi della gioia!

Un vescovo può essere il primo modello di santità per la sua diocesi: lei come si impegna ad essere santo lì dove è?
Il vescovo ha questo grande dono, ma anche lui ha le sue fragilità. Pensate ad esempio ai primi apostoli, hanno avuto le loro fragilità. Non dobbiamo avere paura di riconoscere le nostre fragilità. Ciò che conta è rialzarsi e rimettersi in cammino con la grazia di Dio. Certo, “a chi più ha più sarà richiesto” si dice nel Vangelo: chi ha più responsabilità deve rifulgere in una luce sempre più luminosa; e quindi il vescovo, che è il padre di una comunità, un successore degli apostoli, deve essere anche lui esemplare, confidare nella misericordia di Dio, essere testimone dovunque stia di santità.

 

Giovanni Larocca, Antonio Lavanga, Lorenzo Mancusi

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"La vita rimane la cosa più bella che ho" è la frase della canzone di Nek che oggi abbiamo ascoltato durante l'incontro settimanale de La Goccia Junior e ci ha fatto riflettere sul suo significato e sull'importanza delle sue parole.

Noi con questo articolo vogliamo immedesimare coloro che leggono all'interno della canzone e nelle emozioni che noi ragazzi abbiamo provato. Infatti, dopo averla sentita abbiamo riflettuto su quanto possiamo essere fortunate a differenza di altre persone, anche della nostra età, che soffrono e non riescono ad apprezzare le piccole cose che la vita ci offre.

Io, Federica, penso che bisogna godersi al massimo la propria vita, perchè prima o poi finisce. La canzone,secondo me, ci induce a capire che anche i piccoli gesti quotidiani, sono molto importanti e che non bisogna sottovalutarli, perchè anche ogni minima cosa  può rendere felice qualcun altro. 
Per me,Valeria, questa canzone ci fa riflettere su avvenimenti che nella routine non riusciamo a guardare con i giusti occhi dato che veniamo travolti da altro e questi momenti ci servono a pensare a tutte le cose belle che la vita ci dona ogni giorno.
Questa canzone ci ha pensare tanto al fatto che nella nostra vita dovremmo accettare e sfruttare tutto ciò che ci viene offerto, che sia una cosa bella o brutta, dobbiamo ringraziare per ogni giorno vissuto della nostra vita.
                                                                                                                                            Federica e Valeria
 

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Cari lettori,

come sapete quest’anno – in cui i Salesiani riflettono sul tema “Puoi essere santo #lìdovesei” – abbiamo deciso di presentarvi come “Eroi del mese” alcuni esempi di santità giovanile.

Questo mese abbiamo conosciuto e approfondito la figura di Betty Federici, nata a Castelgrande il 4 novembre 1986, morta a Potenza a soli vent’anni a causa di un’ ipertensione polmonare primitiva. Ha camminato spesso nel cortile del nostro oratorio e noi abbiamo riconosciuto, nel suo modo di vivere le prove della vita, un vero esempio di santità.

Per sapere qualcosa in più sulla sua vita, sulla sua personalità, ci siamo recati direttamente alla casa famiglia che l’ha accolta, “Stella del mattino”, dove abbiamo incontrato suor Giuliana e, in modo particolare, suor Liliana, con la quale Betty aveva un rapporto davvero speciale.

Proveremo, con quest’articolo, a fare sintesi di ciò che abbiamo visto ed ascoltato.

“Una roccia di Castelgrande”

“Betty, come tutti, sperava di poter avere un futuro, delle amicizie, un compagno di vita. Ha sempre affrontato la sua malattia, che dipendeva da una pompa, con una serenità e una forza incredibile: era davvero una ‘roccia di Castelgrande’. Era una ragazza di volontà ferrea, sapeva lottare. Nonostante le sue difficoltà era solare (certo, ha avuto i suoi momenti di scoraggiamento – chi non ne ha nella vita): sapeva sempre affrontare la tristezza e sdrammatizzare quei momenti.”

“Il bisogno della tenerezza”

“Era una grande amicona, legava subito con tutti, aveva un carattere molto aperto e sentiva il bisogno della tenerezza: dove trovava tenerezza, vi si gettava tra le braccia per essere coccolata. Cercava nell’affetto degli altri una spinta per affrontare meglio la giornata e il futuro.”

La spaghettata di mezzanotte

“Ho un ricordo molto particolare di lei. Una sera, erano le undici circa, stavamo guardando una trasmissione televisiva a letto; nella trasmissione stavano preparando una spaghettata e lei mi ha detto: ‘Che bello … come vorrei un bel piatto di spaghetti aglio e olio!’. Allora sono scesa a mezzanotte giù in cucina a preparare gli spaghetti. Porto questo ricordo nel cuore perché ho potuto realizzare un suo desiderio per renderla felice.”

Le poesie

Betty ha scritto diversi componimenti poetici, tra cui uno dedicato proprio a suor Liliana e uno dedicato al salesiano incaricato dell’oratorio in quegli anni. Una in particolare ci ha colpito, perché ci rivela la profonda personalità di Betty e il suo attaccamento alla vita. La poesia si intitola proprio “La vita”.

 

La vita

La vita è qualcosa di grande
che ci ha donato Dio.
E’ come un petalo profumato
di calore, tenerezza, libertà.
Il vento con la sua forza
porta in alto il petalo profumato
per gridare al mondo
che è pieno d’amore.
Quando smette di soffiare
il petalo si posa sul davanzale
 di una finestra
dove incontra una rosa rossa.
E’ calda, pura, bella.
E’ un incontro di passione.
Il petalo profumato e la rosa rossa
sposano
il sogno di vivere e la loro vita insieme.
E’ qualcosa di veramente profondo
che li unisce nel giardino della vita.